Posts Tagged ‘cortocircuito’

chi muore si rivede

siamo ormai ai días de muertos, i giorni in cui i morti tornano nel mondo dei vivi – a volte attesi e graditi ospiti, più spesso inaspettati e tetri seccatori. e io, sospeso tra i due mondi, resto ai margini della grande festa. il classico tizio con il bicchiere in mano e il taglio di capelli sbagliato, un bassorilievo sul muro, che contempla a disagio danzatori, musici ed amanti.
potrebbe essere una buona occasione per tentare di rintracciare la piccolakrukka, ma la confusione è grande nel giorno in cui morti e vivi si mescolano, sovente indistinguibili.
quest’anno voglio festeggiare anch’io, e scacciare la malinconia. siamo io, il sauro, la nerogatto. due uniposca, uno giallo e uno nero, e zorba il geco sarà salamandra. per behemot, invece, ho visto su totenmoden un completino da urlo.
ed io, io sono perfetto così come sono. mi porterò solo una pratica bodybag impermeabile con zip, dovesse piovere o tirare vento.

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fondi di luce

al tepore dei raggi di sole, era una sfrigolante lampada al neon.
spegnete la luce, quando uscite.

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arte coprografica

looking at these photographs
made me think
photography could be art.
robert mapplethorpe

un improvviso bagliore sfiora il mio sguardo prima di scivolare lungo il mare increspato dalla brezza, frantumandosi. mi volto e lo scorgo, una piccola figura velata dall’aria vibrante sulle pietre arroventate. il bambino del molo stringe tra le mani un oggetto saettante e avanza verso di me, seguendo una traccia contorta che mi sfugge. perlustra lo spazio circostante con lenta meticolosità, fino ad individuare un punto sul quale si avventa.
si china.
esamina.
esita.
poi si raddrizza e continua la ricerca.
a pochi metri da me, alza il viso e nel riconoscermi accenna un timido sorriso. con un cenno lo invito ad avvicinarsi e mi viene incontro, ostentando con noncuranza la macchina fotografica al collo.

– ciao, come stai?
– bene. ciao, signore.
– siamo amici: chiamami manuel, non signore.
– ok, signor manuel.
– come non detto. che cosa tieni in mano, hai una nuova macchina fotografica?
– sì, è diditale. seimega.
– e che cosa fotografi? posso vedere?
– merde.
– …
– cacche.
– ah, ecco.
– aspetta, ora ti faccio vedere…
– magari un’altra volta.
– cerco solo quelle belle, quelle strane. ne ho moltissime.
– e poi, che cosa ne fai?
– eh, non ci stanno mica tutte, qui. poca memoria.
– le scarichi sul computer, a casa?
– sì, di papà. ma ho la mia cartella, si chiama merde.
– neanche da chiedere.
– cosa?
– nulla.
– proprio l’altro giorno, mio fratello piccolo ne ha fatto una enorme in corridoio. sembrava una putizza. ho detto mamma, aspetta! lascia stare che faccio una foto! ma lei ha pulito subito tutto.
– peccato, era un bel colpo.
– ehi, guarda che cane!
– è un alano. promette bene.
– lo devo seguire! ciao, signor manuel.
– ciao.

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bagaglino al seguito

sul marciapiede opposto, solo una famigliola è in attesa del treno. la madre si ripara dal sole all’ombra di un rachitico pino, tra l’arredo con aspirazioni neoclassiche e derive cementizie. il padre si difende come può dal figlio di circa 4 anni, che lo assedia a raffiche di perché e losai-losai-losai-che, la piccola mano rapace saldamente aggrappata alla tasca paterna.
alle loro spalle, una donna imbocca il sottopassaggio trascinando una bicicletta e rischiando la vita sulle scale darwinianamente ostili a carrozzelle, anziani, tripedi ma soprattutto a minigonne fascianti e tacchi alti. la donna riemerge incolume oltre i binari, arrancando e bestemmiando con generosità santa graziella da bottecchia. una breve sosta per il ripristino dell’ossigeno e della leggiadria perduta, poi si avvia sculettando entro il campo visivo del bimbo, che gaio la indica: ciao, bella gnocca!
la madre cerca frenetica un posto per seppellire la propria vergogna e il padre, combattuto tra orgoglio e imbarazzo, opta per una virile risata, che fellona volge in mugolio isterico. il pargolo ribadisce il concetto: ciaobellagnocca! mentre la donna inforca la bicicletta e si allontana impassibile, ignara del cantiere oltre la curva ove decine di muratori attendono in agguato.
una salva di fischi si alza vibrante nell’aria.

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import-export

the pandemonium
was in full swing
jo stafford

un caffè tra le mani, ad oliare dita che non osano aprire una finestra.
il cielo tumefatto preme su questa primavera compressa e perfino il ciliegio sembra in bilico. aria aria aria, per non soffocare. behemot non si formalizza, un solo invito avulsivo e siamo fuori.
granzi pasquali vivi e inferociti recita l’acuto titolo d’apertura del mio quotidiano preferito, la vetrina della pescheriadavide. e poi quattro passi svogliati fino alle rive, a scrutinare la linea sfocata dell’orizzonte in trepida attesa della lieta novella d’oltreoceano, mentre la nerogatto guata le meduse.

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fatamorgana

l’informativa del ddm era esatta. l’anima errata è sul molo, ai margini di un rissa per questioni territoriali o di precedenza tra un gabbiano clochard, un ghettogatto e un paio di loschi colombi. un signore minuto, i capelli scompigliati e lo sguardo grigio come un cielo gonfio di pioggia. fissa smarrito l’assurdo orizzonte: a volte emergono dal mare, come una fatamorgana, le montagne. il cielo le preme contro la città, immense ed azzurre. poi svaniscono, o affondano.
chiamo per nome l’uomo, che si volta sorridendo. è sempre così: non mi attendono ma non sono mai sorpresi dall’incontro. avevo dimenticato questa leggerezza, commenta. anni immerso nel piombo fuso, i polmoni e le vene invasi. non è ancora il momento giusto, spiego. pochi giorni, e tornerà da dove è venuto. mi segue senza una parola, concentrato nel camminare in equilibrio sul cordolo di cemento o nel saltare la fuga dei lastroni di arenaria.
a casa, si lascia cadere sulla poltrona per pochi secondi, poi si avvicina alla finestra inondata di sole. behemot, di vedetta sul ciliegio, nota l’intruso e con un balzo è sul davanzale. il signore minuto la afferra per la collottola e, trattenendola fra due dita, la solleva delicatamente davanti al viso. la nerogatto – sconcertata e offesa da una tale sfacciata confidenza – soffia come una pompa per biciclette ma resta inerte, appesa come un culatello. l’ospite la soppesa, sorride, infine la depone. behemot si dilegua tra i rami del ciliegio dove rimane a fissarlo, sbuffando furiosa.
il signore minuto torna alla poltrona, sospira soddisfatto, posa su di me gli occhi d’ardesia: ha forse della cotognata?

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alice guarda i gatti

it’s a poor sort of memory
that only works backwards
lewis carroll

la nerogatto non conosce rette vie. solo parabole, archi di ellisse, iperboli, punti di discontinuità. l’inviluppo di una famiglia di curve dell’errore.
ma vive l’inverno, e io attendo la primavera.

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